Gli americani sono i funesti inventori di tutta una serie di cose di cui potevamo benissimo fare a meno, fra le altre L'isola dei famosi, McDonald, la bomba atomica, Britney Spears e la musica house. Mi dicono che ogni tanto ne hanno imbroccata qualcuna giusta anche loro, ma ciononostante io sono prevenuta rispetto a qualsiasi "americanata" (a parte i film di Hollywood, che mi aiutano a spegnere il cervello e rilassarmi e che quindi apprezzo a prescindere). Ieri però sono stata portata a rivalutare una delle loro tradizioni, che fino a quel momento avevo bellamente ignorato, bollandola come l'ennesima festa consumistica: il Thanksgiving. E' stata la mia prima festa del ringraziamento, un po' atipica se vogliamo, dal momento che si è svolta tra un mix multietnico di italiani e espatriati, e per questo non so dire se anche negli USA il clima con cui si festeggia sia quello che ho vissuto io ma non ho motivo di dubitarne. Quello che ho captato è stato un grande desiderio di aggregazione e di rispetto per la tradizione, ma senza retorica o ostentazione, solo esserci per il piacere di esserci e stare insieme, un po' come dovrebbe essere stare al mondo. Ieri l'unico ringraziamento corale è stato per l'organizzatrice della festa, ma credo che non sia sbagliato avere un giorno in cui ci si prenda del tempo per capire quali siano le cose per cui valga la pena essere grati.









Viaggiare, qualora non lo si faccia solo con la fantasia, ha come risultato ultimo quello di coprire distanze; distanze fisiche, che ci permettono di misurare gli spostamenti in termini di chilometri. Ma capita che varcare alcuni confini permetta di compiere un salto che è anche temporale. Non mi sto lanciando in teorie fantascientifiche su buchi neri e universi neonati, ciò cui accenno è verificabile. Alcuni paesi, alcune città inequivocabilmente di questo mondo, si sono fermate in momenti diversi del tempo e tutto, o quasi, dall' architettura, agli stili di vita, alle mode, in esse appare come una vecchia fotografia in bianco e nero. Non ho esperienza di tutti i luoghi del mondo, ma un viaggetto recente mi ha fatto posare lo sguardo su un piccolo angolo di est dove i grigi palazzi a schiera, decadenti se non in rovina, sono gli stessi di 40 anni fa e dove le donne si acconciano ancora i capelli con pettinature voluminose e eccentriche ciocche frisè. Dove i negozi, seminterrati, si affacciano con finestrelle rasoterra lungo la strada, e si è costretti a chinarsi per comparare qualcosa, e la musica che passa più spesso alla radio è quella che noi ascoltavamo 20 anni fa, e anche le auto per strada sono di quegli anni lì. E così ho realizzato che mentre alcune città sono proiettate nel futuro e visitandole quel futuro lo si può toccare con mano, in altre il tempo si è quantomeno rallentato. E chissà se, avendo la possibilità di viaggiare e vedere di più, mi sarebbe permesso di vedere altre bolle nel tempo, ancora più remote, ancora più singolari. E chissà perchè in tutto questo non posso fare a meno di provare una profonda malinconia.






